[Recensione] Una società che, guardata con occhi femminili, assume contorni inattesi

Scrive Carlo Antonio Pescetti

L’ultima prova di Piero punta sulla simpatica carabiniere Paternò e la sua tenacia di investigatrice, con una partenza avvincente in cui a Rosaria Paternò si affiancano presto i co-protagonisti: il carabiniere Gennaro (“Dio quant’è bello”), il capitano Foderaro e la studentessa Hana. Quest’ultima diventa presto una vera deuteragonista, con uno sviluppo autonomo nel racconto. La sequenza degli omicidi e lo sviluppo delle indagini seguono un ritmo prevedibile, quasi convenzionale. Sembrano un pretesto per inquadrare il rapporto tra giovani donne e l’emergere delle loro vivaci personalità. Anche le figure maschili, compresi l’amato avvocato ed anche l’ambiguo amico Fabio, sono parte dello sfondo. Il brillante finale delle indagini, un po’ forzato, illumina una società che, guardata con occhi femminili, assume contorni inattesi. Godibile lettura, Piero, avanti così.

Carta, penna, passione civile.

C’è ancora passione sociale!

di Emilio Maria Bianchi
La seconda raccolta di Piero Filotico è la degna continuazione del primo racconto ” come una casa senza finestre” pubblicato da poco.

Entrambi i testi sono pervasi da atmosfere semplici, genuine, schiette ben rappresentate dai vari personaggi, come lo strozzino, la poliziotta, la prostituta, il timido seduttore, il professore maniaco, perfino il giocherellone che fa sempre scherzi goliardici per tutta la vita.

L’autore illustra le varie situazioni , anche nei casi in cui si devono interpretare episodi violenti o tragici per natura, con garbo, delicatezza, ironia e romanticismo.

Il tratto più caratteristico si trova indubbiamente nella passione sociale e civile dell’autore, nel credo politico, nella ricerca della verità e giustizia ad ogni costo, sentimenti che impregnano tutto il libro nelle loro diverse sfaccettature.
Se, come sembra di capire, vengono descritti ricordi autobiografici, ebbene essi ci rivelano l’animo e la vera natura di Piero Filotico.

19 aprile 2017

Il venerdì nero di Roma (completo)

Foto di copertina The Urban Body Copyright

Mancano ancora dieci minuti, poi alle 11,22 precise suoneranno le sirene e alcuni milioni di romani potranno finalmente muoversi di nuovo e tornare alla loro occupazioni dopo un quarto d’ora di immobilità assoluta, un gigantesco, biblico frozen flash-mob che coinvolge non solo l’area urbana ma anche buona parte dell’area metropolitana. E’ stata dura ma ne valeva la pena e infatti non si sentono critiche o proteste, tutti sono disciplinatamente fermi, gli occhi fissi nel vuoto. Il silenzio tombale che si sparge per la città è impressionante, rotto solo dagli stridii dei gabbiani che qui dove ci troviamo, sul lungotevere Marzio, abbondano più che altrove.

Oggi, giovedì 21 aprile 2033, Roma respira un’aria particolare. C’è una vibrazione inusuale, un’atmosfera quasi effervescente, come di una grande attesa, non è insomma la giornata che si vive di solito e il motivo è di certo rappresentato dal decimo anniversario che stiamo celebrando. No, non ci si riferisce al compleanno della città, il ‘Natale di Roma’, cioè la ricorrenza della fondazione della città avvenuta, secondo la leggenda, il 21 aprile del 753 a.C., essendo questa data decaduta ad evento di assai minore importanza di fronte alla magnitudo di quello che si registrò, appunto, dieci anni fa.

Come è ben noto a tutti,  venerdì 21 aprile 2023 la Città Eterna rischiò di divenire una città morta e la catastrofe fu evitata letteralmente per un pelo. Da allora molte cose sono cambiate ed è nata una nuova coscienza civica, grazie anche agli sforzi congiunti del governo e della nuova amministrazione capitolina, entrambi consapevoli della vitale necessità di agire col massimo accordo. Il decennale che andiamo a celebrare dovrà tuttavia essere anche un momento di ampia riflessione per tutti, onde verificare che si sia sulla strada giusta, se ci siano nuove vie da percorrere, altri provvedimenti e progetti da intraprendere. A questo tende la sintetica analisi dei principali fatti di quel giorno che andiamo a presentare più avanti.

Andiamo con ordine. Era, come si è detto, un venerdì, un normalissimo venerdì, la città aveva cominciato come sempre a risvegliarsi di buonora e nulla avrebbe lasciato presagire quanto si sarebbe verificato di lì a poco: non era giorno di udienze papali, non erano previste manifestazioni di protesta, la Pasqua era appena trascorsa e non pioveva. Quindi un giorno, sotto tutti gli aspetti, normale, comunissimo. Tra le 8 e le 9 si verificò, come al solito, l’usuale picco di traffico costituito dalla massa della popolazione attiva, costituita principalmente da chi si recava al lavoro e dagli studenti diretti a scuola o all’università, che si ridusse gradualmente man mano che auto e moto raggiungevano le loro destinazioni e venivano, in qualche modo, parcheggiati. Si fa per dire, parcheggiati: escludendo i fortunati con un posto riservato nelle autorimesse, nei cortili o altre aree a ciò destinate, escludendo i disciplinati che riuscivano a conquistare un posto nelle strisce blu, ogni giorno l’immenso popolo degli erranti era condannato a trovare spazio dove poteva, in curva, sui marciapiedi, sulle strisce pedonali, davanti ai cassonetti dei rifiuti, alle fermate degli autobus, agli scivoli per le carrozzine, ai passi carrabili e, nella stragrande maggioranza dei casi, in doppia o tripla fila. Tutte prede inermi (e consapevoli) di multe, ganasce e rimozione forzata con i carri attrezzi.

Come ogni giorno, si veniva così delineando il gigantesco serpente sempre più lento dei vari veicoli che di tanto in tanto si arrestava qua e là, per l’improvvisa sporgenza di un’auto parcheggiata per traverso, incuneata nei pochi centimetri disponibili, o per un furgone da cui si stavano scaricando merci; superato l’ostacolo si rimetteva poi, sempre lentamente, in moto e sempre più simile a un corteo di dannati nel moderno inferno dantesco del traffico. Molti dei testimoni interrogati successivamente al fatto che si sta per raccontare parlarono di insolite vibrazioni nell’aria, come se fosse pervasa di elettricità; un turista giapponese – considerato per la sua nazionalità un esperto attendibile della materia – disse che gli era parso di trovarsi alla vigilia di un terremoto (e per qualche tempo gli fu anche dato un certo credito), ipotizzando chissà quale imminente sommovimento che avrebbe potuto ancora avverarsi nei giorni a seguire. Ma tutti comunque concordano sul concludere che si trattò, senza ombra di dubbio, di pure reazioni emotive a posteriori e non di un allarme lanciato dalla natura, poiché quanto si verificò di lì a poco non aveva, infatti, nulla di naturale.

Tutte le inchieste svoltesi negli anni convergono su un’unica conclusione. L’inizio del ‘venerdì nero’, come fu poi chiamato, è concentrato nel periodo tra le 10,20 e le 10,40, con uno scarto massimo di due minuti per ogni estremo. In questo limitato intervallo temporale, un insieme di eventi e fattori di per sé minimi e trascurabili, coniugati e mescolati insieme, diedero luogo ad una mistura micidiale che rimase indelebile nella memoria di chi visse quel giorno: neppure la più diabolica mente perversa sarebbe stata capace di architettare l’insieme di circostanze che coincisero – tutte fortuite e nessuna dolosa, ma tutte comunque riconducibili a trascuratezza, impreparazione, disprezzo delle leggi – realizzando la devastante, totale e assoluta paralisi di una metropoli di cinque milioni di abitanti. Tanto che il corposo rapporto delle commissioni riunite per investigare sull’accaduto concluse testualmente e mestamente così: “…ed è pertanto con assoluto e vivo rammarico che non si ritiene sia in alcun modo possibile individuare il/i responsabile/i “. E’ tuttavia disponibile la cronaca ed è ad essa che ci si può rifare per ricostruire almeno la successione degli eventi più importanti. Tra tutti, sono stati isolati i sette che sono apparsi ai più come quelli effettivamente scatenanti dell’evento e che pertanto vengono sommariamente riportati qui di seguito.

I fatti salienti.

  1. Il primo in ordine di tempo riguarda il guasto (non infrequente) sulla linea B della metropolitana con il massiccio e caotico deflusso dei viaggiatori che si verifica in particolare all’uscita delle principali stazioni: in particolare,Termini, Barberini, Spagna, Flaminio e Lepanto producono un inatteso volume di persone che si riversano disordinatamente in superficie nell’ansiosa ricerca di un mezzo di trasporto, accapigliandosi per appropriarsi i pochi taxi disponibili o per salire sugli autobus strapieni. Il traffico veicolare in quelle aree si fa più pesante, vischioso.
  2. Quasi contemporaneamente, all’altro capo della città, nei pressi di piazza Venezia, l’improvvisa detonazione causata dall’esplosione del pneumatico di un furgone allarma il corteo di auto che trasporta il Presidente del Consiglio: i mezzi vengono immediatamente abbandonati e la scorta, armi in pugno, fa riparare la personalità in un vicino locale (nella concitazione del momento non ci si accorge che trattasi di un club privato riservato agli scambi di coppia). Un trio etnico che si esibisce sulla strada viene scambiato per il gruppo di terroristi autori del presunto attentato e con una pattuglia di polizia che cerca di chiarire l’equivoco si rischia lo scontro a fuoco, alcuni colpi di pistola vengono comunque esplosi (in aria,per fortuna): il panico si espande in un attimo, i negozianti abbassano le saracinesche, la gente corre per cercare rifugio, chi arriva in quel momento non sa, non capisce, e va a ingrossare la massa che fugge in preda al panico, il traffico si blocca.
  3. Minuti dopo, poco più sopra, all’inizio di via Nazionale, un pullman turistico si ferma (in doppia fila) davanti ad un albergo per far scendere i clienti, mentre pochi metri più avanti un mezzo della nettezza urbana sta vuotando i cassonetti. Di conseguenza il traffico che segue rallenta, proprio mentre all’ingresso del Traforo un camion che trasporta tubi Innocenti perde il carico nel contraccolpo subito passando su una profonda buca nell’asfalto: la massa di ferro rotola sulla strada travolgendo le auto che seguono e l’intero quadrilatero si blocca pressoché istantaneamente.
  4. In via Tomacelli, quasi in prossimità di largo Goldoni, due furgoni addetti alla consegna delle merci vengono a collisione tamponandosi. Siamo intorno alle 10,30 ormai, lo shopping è appena iniziato ma il punto è nevralgico per lo scorrimento del traffico proveniente da Prati: in pochi minuti la paralisi raggiunge piazza Cavour e di lì si dilata per l’intero quartiere.

 

  1. Un minuto dopo, in via del Tritone, la berlina dell’editore de Il Messaggero si ferma davanti all’edificio del giornale per far scendere gli occupanti, ma non può accostare al marciapiede per la siepe di motorini ivi parcheggiati. Come d’abitudine, fa sosta in doppia fila ma dietro ad essa si forma l’usuale fila di mezzi e in particolare dei taxi che non possono attraversare il Traforo che, come detto, è bloccato dall’altra parte. Di conseguenza il traffico si paralizza fino a piazza Colonna, già sofferente per i fatti di piazza Venezia.
  2. All’inizio di via Veneto, un’ambulanza soccorre un noto e anziano alto prelato che ha avuto un malore nell’elegante suite di un grande albergo, ma il plotoncino di suorine che lo conforta intralcia i soccorsi mentre si scatenano i salaci commenti degli astanti. Malauguratamente, la personalità viene riconosciuta da alcuni fotografi che accorrono e si crea un assembramento che ferma il traffico in salita verso Porta Pinciana. Dall’altra parte della strada un automobilista che assiste alla scena si distrae e tampona l’auto che lo precede, scende – forse per giustificarsi – ma viene affrontato con violenza dall’investito, ne nasce una rissa, le auto provenienti dal Muro Torto non trovano sfogo e in alcuni secondi il blocco arriva a piazzale Flaminio, già in pessime condizioni per i passeggeri della metro riemersi dalla stazione.
  3. Più distante, nella zona di piazza Bologna, si apre una voragine in via Morgagni. I vigili cercano di deviare il traffico su viale Regina Margherita che non è però in grado di assorbire il volume improvviso ed imprevisto. Anche qui il traffico rallenta fino all’arresto totale.

 

Le conseguenze immediate.

Questi gli episodi principali, ma se ne contano a dozzine in quel maledetto intervallo di pochi minuti, quasi fossero stati concentrati ad arte da una mente perversa. Il risultato fu che il centro storico raggiunse la paralisi totale intorno alle 11.45, paralisi che contagiò velocemente i quartieri limitrofi; come un’onda anomala dilagò verso le zone più periferiche, straripò oltre il Grande Raccordo Anulare e si sparse sulle consolari, raggiungendo le colline dei Castelli ad est ed il litorale a ovest.

Ma in quei primi momenti stava per sopraggiungere un altro problema: il traffico telefonico di chi era rimasto bloccato si era sommato a a quello tradizionale e il risultato dell’abnorme volume di messaggi e conversazioni fu il black out totale delle comunicazioni.  Allertata la Protezione Civile, radio e tv interruppero le trasmissioni per diffondere appelli alla popolazione di non muoversi per nessun motivo e dare assistenza a chi ne avesse avuto necessità. Un secondo problema fu l’assistenza a malati e bisognosi di cure, poiché con le ambulanze ferme divenne impossibile il trasporto e le emergenze in breve si moltiplicarono: i più esposti erano i cardiopatici, come pure i pazienti in dialisi e tutti quelli sottoposti a cure periodiche nei day hospital. Commovente fu il caso della barella allestita lì per lì per una partoriente portata a braccia da via Nomentana fino all’ospedale Pertini con gli improvvisati barellieri che quando esausti venivano sostituiti sul posto da volontari. Si venne a costituire così una catena umana che restò in servizio per quasi ventiquattro ore consecutive, consentendo di salvare alcune vite. Non sempre andò bene: furono registrati almeno due casi di decessi nelle ambulanze bloccate e non è possibile fare una stima di quanti ebbero a soffrire per la mancanza di cure tempestive. Da tutti gli ospedali medici e infermieri si inoltrarono nel traffico sventolando lenzuola con sopra dipinta grossolanamente una croce rossa e prestarono l’indispensabile soccorso a molti sfortunati. I bambini degli asili e delle scuole costituirono un caso a parte, essendo impossibile il rifornimento, tranne per quegli istituti, pochi purtroppo, già approvigionati e quelli che avevano una dispensa propria. In questo caso la popolazione fu invitata ad assistere i piccoli portando loro cibi preparati a casa e una nobile gara si scatenò tra le donne che raccolsero l’invito.
I funerali sorpresi dalla paralisi costituirono un altro problema non da poco, comunque inferiore a quello che si ebbe con i deceduti nelle abitazioni, anche se per fortuna non si era in estate. Fu allora disposto che nei casi più urgenti i corpi fossero trasportati nei magazzini frigoriferi dei supermercati. Di questa incombenza, come di altre altrettanto delicate, furono incaricati pompieri e le forze dell’ordine, altrimenti inoperose. Un secolare problema della città, l’immondizia, assunse aspetti drammatici e non furono pochi i roghi che si accesero in varie parti dell’Urbe, aumentando rischi e pericoli.  Ci sarebbe poi da narrare degli episodi minori, per certi versi anche divertenti, come ad esempio quello dell’anziano incontinente che fu sorpreso ad urinare al riparo della portiera dell’auto e che stava per essere multato da una severa vigilessa che però tornò sui suoi passi quando l’uomo le chiese se in famiglia non si fossero mai verificati casi di prostatite, evidentemente cogliendo nel segno.

La soluzione.

L’unità di crisi che fu insediata d’urgenza nel primo pomeriggio si trovò così ad affrontare un’emergenza mai accaduta prima d’allora. I primi provvedimenti furono: 1. La requisizione di tutti i natanti sul Tevere, inclusi i barconi ormeggiati. Il fiume fu l’unica via che consentì spostamenti di uomini e mezzi. 2. Il presidio rinforzato di tutte le centrali elettriche e telefoniche. 3. L’utilizzo di tutte le frequenze riservate delle forze armate. 4. L’ordine perentorio a tutti i cittadini di conservare a casa i rifiuti fin quando la situazione non si fosse sbloccata. Ancora alle 21 circa, infatti, nulla consentiva una sia pur labile previsione ottimistica e il bollettino diramato verso la mezzanotte confermava il perdurare della paralisi. La notte trascorse così, con molti che riposarono nelle auto per non abbandonare il mezzo e ciò che conteneva, bagagli o merci, ignari delle tragiche ipotesi che si stavano prospettando sulle loro teste. Si stava infatti facendo lentamente strada, all’interno del sopradetto comitato, il progetto di una soluzione drastica, cinica, ai limiti dell’assurdo: far evacuare tutti gli occupanti dei mezzi fermi, invitandoli a salire ai piani superiori degli edifici e coprire il mare di lamiere con un’immensa colata di cemento e asfalto. Per quanto folle, la proposta trovò dei sostenitori tra gli industriali del settore e la lobby loro espressione si adoperò in ogni modo per sostenerla, arrivando al punto di utilizzare argomenti come la soluzione ‘più ecologica’. Per fortuna ci fu chi seppe resistere e verso l’alba l’alternativa presentata dal gruppo oppositore prese piede, cominciarono i contatti internazionali e già verso mezzogiorno il piano d’azione cominciava ad assumere una forma.

La soluzione fu rappresentata dal più vasto, massiccio ed eterogeneo schieramento di elicotteri che mai si fosse visto fin’allora. Tutti i mezzi di aviazione, esercito e marina sarebbero stati solo l’avanguardia di uno stormo gigantesco formato dai velivoli delle forze armate di tutta Europa, cui presto si unirono anche quelli degli Stati Uniti (agevolati dalla presenza delle VI flotta nel Mediterraneo e delle basi militari in Italia), di Russia e man mano di decine altri stati. I primi a muoversi furono i giganteschi Chinook dell’esercito. Imbragati gli autobus che costituivano l’ostacolo maggiore in punti nevralgici con l’aiuto dei genieri dell’Esercito e dei valorosi e onnipresenti vigili del fuoco, li trasportarono poi in spazi predisposti. Dapprima negli stadi (il bel prato dell’Olimpico da poco rizollato fu distrutto in poco tempo) e poi nelle campagne, in aree agricole semideserte. Gli elicotteri adibiti al salvataggio si occuparono invece degli infermi, trasportati a mano sui terrazzi degli edifici. Nella seconda fase si passò ai camion e ai furgoni e già si poté cominciare, sia pur cautamente, a liberare piccole aree del centro storico della città. Il terzo giorno fu emanato un avviso che invitava i proprietari delle auto abbandonate a presentarsi presso il loro veicolo: quelle non reclamate furono rimosse dallo sforzo finale congiunto dei carri attrezzi e di volontari giunti da tutta Italia e, nei casi estremi, da potenti trattori che le ammucchiarono in punti prestabiliti. 96 ore dopo l’inizio della tragedia, Roma ricominciò ad essere in buona parte percorribile, sia pur tra mille cautele.

 

Conclusioni.

Le statistiche demografiche mostrarono un inatteso picco di crescita delle nascite l’anno successivo. L’ovvia spiegazione fu che i romani intrappolati nelle auto e nelle case avevano comunque trovato il modo di passare il tempo. Non ci sono, invece, statistiche sugli amori nati e cessati nell’occasione, ma si può presumere che siano rimasti nella norma.  I danni e le sofferenze subite da imprese e cittadini furono incalcolabili: si pensi solo alle derrate andate a male, alle giornate di lavoro perse, all’enorme massa di mezzi distrutti.

C’è invece un grande risvolto positivo, come spesso accade, nelle tenebre del dramma. Ed è la enorme, inattesa e commovente gara di generosità che i romani seppero mettere in atto. Fu la riscoperta di una dote dimenticata o fatta dimenticare dagli egoismi e dai meschini interessi che avevano travolto la Repubblica negli ultimi cinquant’anni e si chiama solidarietà. Tutto il Paese, l’Europa, il mondo intero fecero a gara per schierarsi a difesa della Città Eterna. Un patto fu scritto tacitamente da tutti: mai più si sarebbe dovuta verificare una tragedia di questo genere e fu indifferibile una drastica soluzione: Roma sarebbe diventata la prima città pedonale del mondo e il trasporto pubblico gratuito sarebbe stato l’unico mezzo di locomozione. Inoltre, autobus, minibus, camion, furgoni, qualunque mezzo sarebbe stato ammesso nell’area cittadina in numero limitato  e solo se alimentato a energie alternative pulite.

Su questa base e sull’esempio che la città seppe dare a tutto il Paese, è nata la nuova Italia, quella che in questi dieci anni ha saputo rilanciarsi e promuoversi attraverso una nuova collaborazione tra cittadini e istituzioni, tra politica e pubblica opinione, basata sul senso del dovere e sul rispetto reciproco.

 

Ecco, in questo preciso momento le sirene hanno finalmente iniziato a suonare e ricordano come da una immane tragedia un popolo abbia saputo ritrovare sé stesso e i propri valori.

(2. Fine)


UNA FINESTRA APERTA

di Piero Filotico

ACQUISTA IL LIBRO QUI oppure scrivi a info@senzafinestre.it

Un viaggio, la vita. Itaca.

Itaca

Quando ti metterai in viaggio per Itaca

devi augurarti che la strada sia lunga
fertile in avventure e in esperienze.
I Lestrigoni e i Ciclopi
o la furia di Nettuno non temere,
non sarà questo il genere d’incontri
se il pensiero resta alto e il sentimento
fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo.
In Ciclopi e Lestrigoni, no certo
né nell’irato Nettuno incapperai
se non li porti dentro
se l’anima non te li mette contro.

Devi augurarti che la strada sia lunga
che i mattini d’estate siano tanti
quando nei porti – finalmente e con che gioia –
tu toccherai terra per la prima volta:
negli empori fenici indugia e acquista
madreperle coralli ebano e ambre
tutta merce fina, anche aromi
penetranti d’ogni sorta, più aromi
inebrianti che puoi,
va in molte città egizie
impara una quantità di cose dai dotti.

Sempre devi avere in mente Itaca –
raggiungerla sia il pensiero costante.
Soprattutto, non affrettare il viaggio;
fa che duri a lungo,per anni, e che da vecchio
metta piede sull’isola, tu, ricco
dei tesori accumulati per strada
senza aspettarti ricchezze da Itaca.

Itaca ti ha dato il bel viaggio,
senza di lei mai ti saresti messo
in viaggio: che cos’altro ti aspetti?

E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso
Già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.

Kostantinos Kavafis 

(Alessandria d’Egitto, 29 aprile 1863 – Alessandria d’Egitto, 29 aprile 1933)

=====0=====

Il viaggio come metafora della vita e la vita come esperienza da assaporare momento per momento. Ognuno di noi – come Ulisse – deve avere un sogno e realizzarlo è importante quanto saper cogliere le opportunità, gustare le gioie e soffrire le avversità che dovremo incontrare. E quand’anche quel sogno dovesse infine deludere, tuttavia avremo conosciuto noi stessi superando i dubbi e timori della gioventù e saremo più ricchi della saggezza raccolta negli anni.

=====================
Da: www.unfilorosso.wordpress.com di Piero Filotico

Stoner: per me, un capolavoro

Stoner” è forse il più bel romanzo che io abbia mai letto. Nella vita normale e quasi monotona del timido e grigio professor Stoner dell’Università  del Missouri ho ravvisato la vita di ognuno di noi, con le proprie ansie e le gioie, i fatti salienti e quelli insignificanti.   C’è ad ogni passo, insomma, la ricerca della nostra identità , capire chi siamo, ma è una ricerca tranquilla, non sconsiderata eppure piena di emozioni.  Ed è quindi una storia solo apparentemente banale: in verità, come ha scritto il biografo di Williams, Charles J. ShieldsStoner è “il romanzo perfetto”.

Perfetto come, ad esempio, questo brano:
“Quand’era giovanissimo, Stoner pensava che l’amore fosse uno stato assoluto dell’essere a cui un uomo, se fortunato, poteva avere il privilegio di  accedere. Durante la maturità, l’aveva invece liquidato come il paradiso di una falsa religione, da contemplare con scettica ironia, soave e navigato disprezzo, e vergognosa nostalgia. Arrivato alla mezza età, cominciava a capire che non era né un’illusione né uno stato di grazia: lo vedeva come una parte del divenire umano, una condizione inventata e modificata momento per momento, e giorno per giorno, dalla volontà, dall’intelligenza e dal cuore.” (Pag. 226)

C’è molto di autobiografico nella storia del protagonista, ma l’ho scoperto solo dopo. John Williams è nato nel 1922 a Clarksville, nel Texas. Rientrato in patria dopo la guerra – aveva servito come sergente nell’Army Air Corps in Asia– si iscrisse all’università di Denver e dopo la laurea a quella del Missouri, dove insegnò letteratura inglese. Nel frattempo aveva già pubblicato i suoi due primi libri,   nel 1948 il romanzo Nothing But the Night e l’anno dopo la raccolta di poesie The Broken Landscape. Rientrato all’Università di Denver, pubblicò nel 1960 il suo secondo romanzo Butcher’s Crossing,  e poi l’antologia English Renaissance Poetry.  La sua seconda raccolta di poesie, The Necessary Lie, è del 1965 e nello stesso anno esce Stoner.

Il libro non ebbe fortuna e vendette solo duemila copie. Il gran dolore di Williams fu solo in parte lenito dal ricevere, anni dopo, il National Book Award (ma a pari merito, per la prima volta nella storia del premio!) per Augustus.
Stoner aveva avuto una storia travagliata: ultimato nel 1963 col titolo originale “A flaw of light”, era stato rifiutato dai maggiori editori per essere accettato due anni dopo dalla Viking Press che però modifico brutalmente il titolo in quello attuale e per di più perse il manoscritto originale. Nella corrispondenza con la sua agente Marie Rodell (che non appariva neppure lei molto convinta: “la sua tecnica narrativa quasi monotona è desueta” gli scriveva) si leggono amarezza e speranze: “certo non mi illudo che possa essere un bestseller. Ma potrebbe essere una sorpresa”.

Avevano ragione entrambi. La prosa di Williams è ‘desueta’ perché assolutamente ‘normale’, tanto quanto il suo protagonista, ma allo stesso tempo è proprio questa equivalenza, o, meglio, l’unione perfetta tra il linguaggio e la figura di Stoner a creare la magìa del romanzo. E il parallelo tra autore e personaggio prosegue incredibilmente: dai fallimenti editoriali in vita (e il fallimento della vita di Stoner), al successo mondiale quarant’anni dopo l’uscita del libro e venti dopo la  morte, nel 1994, di Williams ed a quello a lui indissolubilmente collegato del protagonista del romanzo.

Dimenticato per quasi quarant’anni, Stoner riemerse nel 2003 grazie all’editore Vintage Classics. Tre anni dopo lo ripubblica  il “New York Review of Books Classics”. E da lì è cominciata la misteriosa e silenziosa ascesa di Stoner ai grandi livelli della letteratura, e delle copie vendute. Grazie al passaparola e ai social network in pochi anni è diventato un bestseller negli Stati Uniti per poi varcare l’oceano e fare altrettanto in Francia, Olanda, Spagna, Israele e molti altri paesi. In Italia, dove è stato pubblicato da Fazi editore nel 2012, ha superato le 200.000 copie.

Stoner ha raccolto l’ammirazione e il consenso di grandi scrittori contemporanei come Nick Hornby, Colum McCann, Bret Easton Ellis, Chad Harbach e molti, molti altri. In un’intervista apparsa su Repubblica nel 2013 Ian McEwan così rispondeva alle domande di Sarah Montague:
– Cosa c’è di così bello in questo romanzo?
Appena lo inizi a leggere senti di essere in ottime mani. Ha una prosa molto lineare. La trama, se ci si limita a elencare i suoi elementi, può suonare molto noiosa e un po’ troppo triste. Ma di fatto è una vita minima da cui John Williams ha tratto un romanzo davvero molto bello. Ed è la più straordinaria scoperta per noi fortunati lettori“. E più avanti:
– Dunque il romanzo parla della vita di William Stoner, che appare relativamente povera di accadimenti.
Relativamente. Stoner viene da una povera famiglia di contadini, frequenta la scuola di agraria, dove accede nel 1910 e segue, come ne esistono in un altro migliaio di università americane, un corso di Lettere e Filosofia. Il professore di letteratura durante una lezione legge il sonetto di Shakespeare n. 73 (“In me tu vedi quel periodo dell’anno”) e qui lo studente ha un’epifania. Stoner lo ascolta e ne è trasformato, l’insegnante gli chiede cosa voglia dire il sonetto e tutto ciò che Stoner riesce a dire, flebilmente, è “significa…”. E l’insegnante capisce immediatamente che il ragazzo è stato colpito dalla letteratura inglese. Stoner poi diventa un professore associato all’università e insegnerà fino alla sua morte, che avverrà molte decadi più tardi. Si sposa, il matrimonio va male, ha una figlia e anche la figlia va male, entra in una faida amara, o meglio è perseguitato da un collega per venticinque anni e conosce l’unico momento di riscatto della sua vita in una tenerissima storia d’amore che poi svanirà. C’è tutta la sua vita“.

Una vita racchiusa nell’incipit:

“William Stoner si iscrisse all’Università del Missouri nel 1910, all’età di diciannove anni. Otto anni dopo, al culmine della prima guerra mondiale, gli fu conferito il dottorato in Filosofia e ottenne un incarico presso la stessa università, dove restò a insegnare fino alla sua morte nel 1956. Non superò mai il grado di ricercatore, e pochi studenti, dopo aver frequentato i suoi corsi, serbarono di lui un ricordo nitido. Quando morì, i suoi colleghi donarono alla biblioteca dell’università un manoscritto medievale, in segno di ricordo. Il manoscritto si trova ancora oggi nella sezione dei “Libri rari”, con la dedica: ‘Donato alla Biblioteca dell’Università del Missouri in memoria di William Stoner, dipartimento di Inglese. I suoi colleghi.’
Può capitare che qualche studente, imbattendosi nel suo nome, si chieda indolente chi fosse, ma di rado la curiosità si spinge oltre la semplce domanda occasionale. I colleghi di Stomer, che da vivo non l’avevano stimato gran che, oggi ne parlano  raramente; p  r i più vecchi il suo nome è il monito della fine che attende tutti, per i più giovani è soltanto un suono, che non evoca alcun passato o identità particolare cui associare sè stessi o le loro carriere.”

Come scrive Peter Cameron nella post-fazione all’edizione italiana, “…Stoner attraversa con grazia e delicatezza il cuore del lettore, ma la traccia che lascia è indelebile e profonda.

Piero Filotico
da www.unfilorosso.wordpress.com

Un giorno a Kabul, il web-doc di Emergency

DA: STORIADIUNAPALLOTTOLA.IT

“La guerra è una bambina di sette anni con una pallottola in testa, in Afghanistan. Non è la prima e non sarà l’ultima: dopo quindici anni di guerra, le vittime civili continuano ad aumentare. Uno dei medici che ha cercato di curarla si ferma a guardare la pallottola: non si poteva far niente per fermarla, prima che finisse lì? Chi l’ha sparata? Chi l’ha comprata? Chi l’ha venduta? Il viaggio di quella pallottola è uno spunto per allargare lo sguardo alla spirale della guerra, le sue dinamiche, le sue responsabilità. La guerra riguarda tutti noi, e non si può umanizzare: si può solo abolire. Storia di una pallottola è un format che ha scelto diversi linguaggi per raccontare la guerra oggi. 

Read More

Squarcio lettori: Giuliano.

Rispondo volentieri a due domande di una lettrice.

Read More

Consigli per il fine settimana

Impressioni

Il ritmo è sorprendente, nel senso del participio, le sorprese si susseguono in un contesto in cui non te le aspetteresti! Con Come una casa senza finestre, Piero Filotico ci piazza sul sedile passeggeri: guida Paternò, carabiniere alle prime armi venuto dal Sud, alle prese con un caso di doppio omicidio del tutto incomprensibile e i segreti di una comunità montana perfettamente italiana: tenera sì ma non sempre innocente.

Read More

Come una casa senza finestre, recensioni e commenti

Fabrizio Biondi

Un  libro giallo molto avvincente, con tutti gli elementi del genere letterario al posto giusto. L’uccisione e il ritrovamento di due cacciatori in un bosco, è il punto di partenza di un indagine condotta dal personaggio principale della trama, Paternò, un carabiniere di fresca nomina alle prime armi. L’indagine non è semplice, e nemmeno è facile raccogliere prove e indizi nel piccolo borgo montano in cui svolge il suo lavoro. Scritto in maniera molto convincente, con descrizioni, caratterizzazioni dei personaggi e dialoghi in linea con il thriller. Tutto è convogliato al risultato finale, che porterà Paternò a scoprire anche cose del tutto inaspettate. Un ottimo giallo.

Lorenzo Guerrieri

Un esordio letterario molto interessante: le righe leggibili in anteprima permettono di scoprire un autore abile nel costruire delle buone impalcature narrative.

Read More

Come una casa senza finestre, prime reazioni

Si legge tutto d’un fiato. Un po’ thriller, un po’rosa. I personaggi sono molto ben delineati e la trama è avvincente.


Ferraguida40

Read More

Page 1 of 2

Powered by WordPress & Theme by Anders Norén